sanscrito vedico

formazione del nome



I. - COMPOSIZIONE

152. Generalità. — La possibilità di raggruppare due parole (la seconda essendo un nome) in una singola unità morfologica è ampiamente presente nei mantra. Al contrario, l’unione di più di due parole piene (cioè di due parole dove la prima non è un invariante o una parola debole) si verifica solo in casi molto rari, dove inoltre esisteva un legame stretto tra due dei tre elementi presenti, quindi, dove il totale è, non 1 + 1 + 1, ma (1 + 1) + 1, come nel tipo ádabdhavrata-pramati- “che veglia sulle leggi infrangibili”. Dopo la RS., súrūpavarṣavarṇa TS. I 6 3 c “o legge dal bel colore di pioggia”.

I segni formali del composto (samāsa) sono: l’unità di tono; l’inserimento della parola anteriore (quando si tratta di un nome flesso) nella forma del tema nudo. Altri segni meno importanti sono: la presenza, da una parte all’altro, di tipi di saṃdhi diversi da quelli esistenti tra due parole indipendenti; di tipi morfologici insoliti al di fuori della composizione; di suffissi validi per l’intero composto. Ma nessuna di queste caratteristiche — nemmeno le prime due — è costante.

153. Accade anche che la parte anteriore governi una parola esterna, árvato māṃsabhikṣā́m I 162 12 “elemosina consistente in carne di cavallo” o formi un’apposizione con una tale parola, odanámlokajítaṃ svargám AS. IV 34 8 “riso che conquista il mondo (del) cielo” (ma paipp. svargyam), agnér devayajyáyā TS. I 6 2 r; cf. anche diví sádmabarhiṣaḥ I 52 4 “avente per giaciglio il seggio (situato) in cielo »; altri casi di questo genere restano da scoprire. Sono da considerare come espressione della connessione percepita tra il composto (o una parte del composto) e la frase.

Tratti accidentali: tmesi (mediante l’inserzione di una particella) all’interno di alcuni n. propri a doppio tono (śúnaś cic chépam V 2 7 = Śunaśśepa) e in particolare di dvandva 167. Ellissi della parte finale (il composto vicino porta già la stessa parola), mitrótá (pdp. mitrā́ utá) médhyātithim I 36 17 se si deve intendere “Mitrātithi e Medhyātithi” e cf. 459; ancora più audace jaritṛṇā́m VII 66 3= *jaritṛpā́, secondo stipā́ e tanūpā́ vicini; più facile mahādhanéárbhe I 7 5 “per un grande bottino e per un piccolo”.

154. La composizione è di tipo ampiamente tradizionale, conservatore, a prescindere dalle formazioni di carattere banale dove la parte anteriore è un preverbo o un prefisso. Si tratta di denominazioni stabili che esprimono sia relazioni tecniche, kṛṣnaśakuní- AS. “corvo” (kṛṣṇáḥ śakúniḥ significherebbe “uccello nero »), sia, più spesso, esigenze decorative: epiteti caratteristici delle divinità. Questo è il campo essenziale dei bahuvrīhi. Vi è una forte proporzione di nomi propri; una forte proporzione anche di hapax, di temi oscuri, obsoleti. In ogni modo, l’influenza della composizione nominale sull’orientamento generale, e persino sulla creazione del vocabolario, è stata considerevole (derivati nuovi, afflusso di valori aggettivali). Ma (rispetto allo stato post-vedico) la produttività dei composti rimane limitata. I veri composti (cioè quelli formati da due nomi) non costituiscono più di 1/15 del vocabolario nel suo insieme.

Molti composti mancano di essere risolti nel pdp. e il “sentimento” compositivo è carente qua e là, sia per la parte anteriore (da cui il tipo gópatim gónām 457), sia per la parte finale: da cui la suffissalizzazione di certi elementi: -maya- 225 (eventualmente –ka- in abhī́ka- e analoghi 195), °dheya-, (cf. bhāgadhéya- Vāl. = bhāgá- “parte” ivi) e °bhūya- (da amutrabhū́ya- AS. YV. “fatto di esistere nell’aldilà” = post-ved. *amutratva-) (formazioni in -ya- secondo 171), °yu- 203, °gva- e °gvin- dopo n. di numero (e altre formazioni numeriche citate 298), °iṣṭi- in náviṣṭi- “lode” secondo gáviṣṭi- “ricerca di mucche” e analoghi.

155. La parte finale, che porta la desinenza globale, porta anche il genere (a parte i bahuvrīhi). Tuttavia, il valore collettivo può portare a un genere nuovo, proprio dello stato compositivo, cioè il neutro, la cui presenza coincide spesso con l’ampliamento tematico, come in daśāṅgulá- “lunghezza di dieci dita” (aṅgúli- AS. ecc.) e i dvandva secondo 169. Anche passaggio al neutro per alcuni composti non collettivi, come patnīśā́la- VS. “capanna per la moglie” (śā́lā-).

La mascolinizzazione (con ampliamento in -a-) dei composti collettivi è rara: ardharcá- AS. “mezza strofa”, ahorātrá- (pl. o du.) VS. AS. “giorno e notte” (ma nel Libro X: nt. pl. — altrove, nt. du.), come sostituto del fem. rā́trī-.

156. Accento. — Quelli dei dvandva e dei tatpuruṣa che mantengono la desinenza della parte anteriore (167 173) conservano spesso un doppio tono 91, che conferma il carattere para-compositivo di queste formazioni. Singolarmente, nṛ́bāhúbhyām “le braccia dell’uomo” (da nṛ́śáṃsa-? Che a sua volta è formato su nárāśáṃsa- dove il doppio tono si spiega per 173) e alcuni altri, in particolare nell’AS.

La maggior parte dei composti ha solo un tono: a) il tono della parte anteriore: negli āmreḍita, nella maggior parte dei bahuvrīhi, in alcune serie di tatpuruṣa; b) il tono della parte posteriore: nella maggior parte dei tatpuruṣa. Inoltre, un composto normalmente accentato sulla parte anteriore trasferisce il tono sull’altro elemento quando 1) detta parte è un monosillabo (adánt- “senza denti”; i tatpuruṣa fanno qui il trasferimento inverso, ákṛta- “non fatto”); 2) quando detta parte è un dissillabo ossitono (in particolare a finale -i- -u-), tuvirā́dhas- “dai doni potenti”: in quest’ultimo caso si tratta di una traslazione analoga a quella che si trova per altre categorie grammaticali 87 n. 240 d.

  1. Il tono fissato su tal o tal altra parte rimane in principio alla posizione originale. Tuttavia, soprattutto per la parte posteriore, vi è una tendenza piuttosto marcata all’ossitonesi. Alcune parole cambiano di tono sistematicamente, così viśva- “tutto” (e sárva- dopo la RS.) diventa viśvá° sarvá° (allo stesso modo, davanti a suffisso avverbiale); al contrario catur- “quattro” dà cátur°.
  2. Le alternanze flessionali 238 sono abolite quando la parola figura come parte posteriore, tranne al più in alcuni monosillabi percepiti come non-composti, come iṣ- in préṣ- “che spinge in avanti”, I sg. preṣā́; o sarvahṛdā́ “di tutto cuore” (tono avverbiale?). Alternanze di tono dovute a motivi semantici (raro 86): bṛhadrathá- “avente un grande carro” / bṛhádratha- nome proprio. Anarchico: tuvimaghá- / tuvī́magha- “molto generoso”, ághnyā-/ aghnyā́- “mucca”.

157. Parte anteriore. — La parte anteriore consiste in una qualsiasi parola (diversa da una forma verbale flessa). Tuttavia, raramente un participio, più o meno raramente i nomi verbali (inclusi i nomi-radici, come śrútkarṇa- “le cui orecchie ascoltano”), mai gli infiniti śrótu° 371) e gli assoluti (ācyādoha- come nome di sāman). Nei nomi alternanti 238, è la forma “ridotta” che prevale, come in pitṛyajñá- “sacrificio ai padri”: praticamente la stessa forma usata davanti ai casi deboli, come si vede nei temi eterocliti 277 sq., che in composizione usano la finale nasale.

  1. Tuttavia, si ha la forma “forte” in ásṛk° AS. (277), il cui legame con asán- non è chiaramente percepito; così come (con il sostegno della tendenza tematizzante) in māṃsa° “carne” (a fianco di māṃs°), hṛdaya° “cuore” (a fianco di hṛd°).
  2. In pathi° 257, l’uso della forma “media” è nato dal desiderio di evitare una finale consonantica impraticabile.

I nomi in -an- osservano la forma -(a)n° attesa 35 davanti a vocale e davanti a v- solo in rari composti come vṛṣaṇaśvá- (l. c. ; vṛ́ṣandhi- anomalo ma incerto); altrove c’è stata generalizzazione della finale tematica, brahmaudaná- AS. “riso del brahmán”. I nomi in i/an 277 adottano la finale -i-. Nessun esempio di nome in -in-.

Il femminile (negli aggettivi) non è segnalato (urvyū̀ti- 116); bṛhácchandas- AS. “che ha la bṛhatī come metro” si basa su un doppione bṛhát cf. X 14 16.

158. Capita che una forma sconosciuta in semplice, di solito una forma d’aspetto “ridotto”, sia conservata come parte anteriore: ādaghná- 141, jñubā́dh- “che preme i ginocchi” 238, mandhātṛ́- 20 (e medhā́- 27), dámpati-176, ecc.

Incerto śurúdh- “ricchezza” (da *psu = paśú + rúdh- propriamente “che fa crescere il bestiame”; anche śūghaná- “che uccide il bestiame”?). Mutilazione della finale in tilpíñja- AS. (tila-) “sesamo sterile”, così come (per ottenere una finale tematica) uśádhak se il senso è bene “che brucia avidamente” (uśát-), apnarā́j- “re degli acquisti” (ápnas-).

Tipicamente compositivo è la forma mahā° “grande/grandemente” di fronte a máh- e mahá-; è costruita secondo il nt. máhi (alternanza ā/i) 259, che figura anche lui qua e là come parte anteriore. Tipici ancora tuvi° “forte/fortemente” che può corrispondere al semplice turá-; di fronte a puru° “molto”, c’è un aggettivo semplice purú-, ma il cui uso si fa rapidamente raro dopo la RS. (4 volte AS. contro più di 200 volte RS.).

Lo scambio di una finale -i- nella parte anteriore con -ra- in semplice, illustrato forse da tuvi°/ turá-, si ritrova in ákravihasta- “alle mani non sanguinanti” / krūrá- AS. YV. “sangue versato”; śviti° (śvityáñc-) “bianco” (śiti° 68)/ śvitrá-; -u-/ -ra- in ṛdu° “morbido” / (árdrá- “umido”. Sono sopravvivenze.

Si trova di tanto in tanto un ampliamento tematico, specialmente davanti a vocale (quindi, per cura eufonica). Il punto di partenza è analogico. Così víśaujas- VS. “che ha la forza del popolo” su satyaújas- vicino; saḍarcá- AS. (mss) “gruppo di sei versi” su daśarcá-; aśvínakṛta- VS. “fatto dagli Aśvin” su *indrakṛta- da dedurre dallo stesso passaggio; duradabhná- AS. =prob. dūḍábha-135.

Śatádvasu- (I) “che ha cento beni” è scivolato nell’analogia di 184.

159. I nomi avverbializzati figurano frequentemente come parte anteriore: sono soggetti a perdere, se la possedevano, la finale -m dell’Acc. sg., secondo la prevalenza delle forme senza desinenza. Tuttavia, si trova davanti a vocale, satyámugra- “veramente vigoroso” (ma: satyakarman nello stesso inno), e persino śatámūti- “che garantisce cento aiuti” (296, o śatám adverbiale? Cf. 385 n. 1).

Gli avverbi propriamente detti sono molto meno numerosi: tipo itáūti- 186 o (con -m mantenuto) araṃgamá- “che si mette al servizio di” (ma: arámati- se la parola si analizza bene in àram e matí- “pensiero corretto”).

Le particelle sono di due tipi: a) da un lato, il gruppo importante di parole che si ritrovano in funzione di preverbi, eventualmente di preposizioni 375 sqq.. Nella composizione nominale sono usati sia come preverbi sia come avverbi a seconda che il composto sia di provenienza verbale o puramente nominale; dalla funzione adverbiale è da distinguere un sotto-impiego preposizionale 183. Ci sono state più di una oscillazione tra questi diversi valori talvolta vicini, più di una influenza dell’uno sull’altro.

Le particolarità foniche sono minime: allungamento dell’iniziale di ánu in ānuṣák 107 e in alcune formazioni in ánānu°; riduzione di áva in ogaṇá- 4 (úgaṇa- VS. SS. si spiega sul modello di uloká- 8?); di ápi in pibdaná- “calpestando i piedi” (incerto). Allungamento della finale 165. Nessuna di queste particolarità si ritrova nell’uso in preverbo propriamente detto.

160. b) Dall’altro, il piccolo gruppo di prefissi, limitati o quasi alla situazione compositiva. Sono: la particella privativa a(n)° 35, che figura soprattutto in bahuvrīhi o davanti a nome verbale (in particolare n. in -ta-), per indicare un valore negativo che più di una volta equivale all’affermazione di un valore “positivo” nuovo; l’atto subito, l’atto suscettibile di essere fatto o subito, sono in evidenza.

ā° figura in alcune parole 165; a° è esplicativo in akravyā́d- AS. = kravyā́d-, adevayajana- Āp. (mantra in apārárum). Na° negativo è attestato solo in rari composti cristallizzanti elementi di frase. Infine, c’è traccia di un altro na° positivo-intensivo, návedas- “che conosce, bene”.

Poi dus° nel senso di “male” o “poco”, in composti prevalentemente di tipo “verbale”. Su° nel senso di “bene” o “molto, tanto”, o semplicemente “consistente in” (suvī́ra- “[ricchezza] fatta di eroi”); è l’unica di queste particelle che possiede un uso indipendente 438.

Tracce di sva° (secondo 24) come doppione di su°, in svávṛkti = suvṛkti-118 e in alcune altre parole più o meno sicure, dopo la RS.

La particella sa° è un doppione del preverbo sám 380. Originariamente, nella composizione nominale, sam° tonico si opponeva a sa° atono e sam” pre-vocalico (secondo 21) a sa° pre-consonantico. Ma la distribuzione semantica ha presto prevalso: sa° si specializza nel senso di “associato a” e di “comune, stesso” (in bahuvrīhi così come davanti a n. verbale, tipo sayúj- “legato con”), mentre sam° tendeva a limitarsi ai valori ereditati dalla giunzione preverbo + verbo. Tuttavia, qualunque sia il senso, sam° rimane (almeno nei mantra antichi) l’unico usato davanti a vocale: sāśanānaśaná- “che mangia(no) e non mangia(no)” è del Libro X.

Ci sono alcuni esempi di una particella ku° (rara nei mantra antichi), più o meno peggiorativa, talvolta poco distinta dall’interrogativo (kucará- “vagante a caso”); da cui kuya° in kúyavāc- (I) “che parla barbaro” (da kúyava-?) e kava° in kavāri- “avaro”, ecc.

161. Parte successiva. — La parte successiva è necessariamente un nome flesso: al massimo un invariante nominalizzato (apratí “irresistibile”, ádevatra “non orientato verso gli dei”), eccezionalmente una forma verbale personale 187. I participi entrano solo in combinazioni di origine verbale, cioè dopo preverbi e simili. Il nome non è sempre utilizzato conformemente all’uso in semplice: così una grande parte dei nomi-radici sono attestati solo in composizione, e il valore che hanno non corrisponde pienamente a quello che è il loro fuori dal composto. Alcuni nomi presentano un suffisso insolito fuori dalla composizione o con valore diverso. Come nella parte anteriore, accade che la forma del nome subisca una riduzione: purukṣú- 78 (kṣú in semplice è raro e dubbio), °jñu- come 158, °ij-194, °tta- (da cui -tti-) 363. In generale, la flessione dei nomi-radici è meglio conservata nella parte ulteriore che allo stato isolato, attestando anche finali ridotte che non hanno o non hanno più accesso nella flessione semplice, come °gu- o °ri- 261. Tuttavia c’è una oscillazione in °pā̆d- 257.

L’estensione della forma “forte” in °sā́h- °vā́h- (anche suhā́rd- 257) 258 risulta dalla prevalenza del N. sg.; sulla finale pa- del tipo anūpá-, v. 20; su párijman-, 53.

Anche al di fuori dei nomi-radici, la forma compositiva corrisponde in linea di principio a quella dei casi “deboli”: si ha così °śīrṣan- come G. Ab. śīrṣṇás 277 (°śiras- da AS.), °dhanvan- come I. dhánvanā 278 (°dhanús- da AS.).

Ma l’allargamento -ka-163 si adatta alla forma non ridotta o tematizzata: cf. adantáka- TS. VII 5 12 1 “privo di denti”, di fronte al derivato datvánt- ibid. “munito di denti”.

162. C’è sopravvivenza di un allungamento vocalico, sia sulla sillaba iniziale (V. pṛthujāghane “con belle anche”), sia su una sillaba interna (tvátpitāraḥ TS. “che ti hanno per padre”: coincidendo con il grado “forte”) e cf. 200. Di un accorciamento, peraltro non confermato dal metro, in tryudhán- “a tre mammelle”: ū́dhan-, e alcuni altri.

La femminilizzazione (nei bahuvrīhi) si ottiene con l’allungamento di una finale -a-, cittágarbhā- “visibilmente incinta” (gárbha-). La mascolinizzazione (o: neutralizzazione), con l’accorciamento di un -ā- aśraddhá- “senza fede” (śraddhā́-), eccezionalmente di un -ī-, °taviṣi-, da táviṣī- “forza”. Altrove le forme di base si mantengono (tranne páti- che utilizza °patnī- come in semplice 234), anche in un caso estremo come saptásvasṛ- m. “che ha sette sorelle”, dove il nome f. non ha un corrispondente m. I casi difficili sono evitati adottando una finale allargata in -a- o -ka- (-īka- servendo così a mascolinizzare -ī-, ma la RS. ha ancora senza allargamento híraṇyavāṣī- come m. “con l’ascia d’oro”).

163. I samāsānta. — Alcuni suffissi (samāsānta) sono utilizzati per allargare la finale di un composto, soprattutto di un bahuvrīhi: in altre parole per indicare la funzione compositiva (l’entrata nella categoria aggettivale di un composto la cui parte parte ultieriore è un sostantivo), escludendo qualsiasi valore propriamente suffissale. Sono semplici segni, la cui presenza è stata in parte provocata da preoccupazioni di ordine fonico, dal bisogno di una finale più flessibile, adatta a rendere il genere o a portare la flessione. In questo uso si trova il suffisso -ka- (atonico), ma raramente prima di AS, (vímanyuka- “libero dalla collera”) e YV., TS. in particolare; a volte -i- (prátyardhi- “che ha diritto alla metà”); più spesso -ya- (suhástya- “dalle belle mani”, accanto a suhásta- non allargato), soprattutto nei composti con preverbo reggente 183 (úpamāsya- AS. “che si verifica ogni mese”). Ma l’allargamento tipico è -a-. Si trova nei bahuvrīhi di struttura diversa, come in una massa di nomi-radici, tipo anakṣá- “cieco” (accanto a N. anák che conserva una traccia unica del tema di base *akṣ-); in altri nomi con finale occlusiva, come śatáśārada- (ā secondo 162) “che dura cento autunni”; raramente in nomi in -tṛ-, come agnínetra- VS. “che ha Agni per guida”; forse viśvā́nara- “dotato di tutta la forza vitale” (da *nar- “forza”, attestato anche in sūnár-a- “pieno di vitalità”?). Se il tema di base è -an-, la nasale scompare almeno in -man- (tendenza dissimilatrice 68 d), come in devakarmá- “opera degli dei”, da kárman-, chandonāmá- VS. “nomi dei metri” e soprattutto in bahuvrīhi, priyádhāma- (dhāman- AS.) “con istituzioni amate”. A volte fuori dalle finali in -man-: come in ṣaḍahá- AS. “periodo di sei giorni” (collettivo) [ma sāhná- AS. “che dura un giorno”] o ancora in bṛhádukṣa- VS. (gruppo di consonanti) “con grandi buoi”, in °- di “hán-(nome-radice) 258.

  1. Questa -a- prende occasionalmente il posto di una -i- in °sakha- “che ha per amico…”; di una -u- eccezionalmente in muhūrtám “in un istante” se la parola si analizza in múhū + ṛtú- (ma vaibhūvasá- nome proprio si spiega per haplologia e pautakratá- nome proprio è incerto).
  2. Alla fine di un composto, -is- e -us- sono in parte sostituiti da -i- -u che formavano molte doppiette in “semplice” 202 sq. e cf. 244.
  3. C’è anche un allargamento in -as-, in parte su temi in -a-, viśvábharas- “che porta tutto”, in parte su nomi-radici in -ā- con finale accorciata, divákṣas- 263 n., °prajás- AS. (ma suprajās(tva)-, con ā del N. mantenuto, Libro X, “bella discendenza”). Sporadicamente, -in- AS. VS. (kunakhin- AS- “con cattivi unghie”); -vant- (sutásomavant- X = °soma-); -mant- (divitmant- = divit- “che va in cielo”); -an- (nikāman- “desideroso”, attirato dalla rima; vṛṣṭídyāvan 262); -(t)- (surūpakṛtnú- “che prende belle forme”), ecc. In generale, l’allargamento diventa più attestato man mano che si scende ai mantra più moderni; ma perde al tempo stesso i suoi limiti precisi e in una certa misura la sua autenticità.

Un’altra funzione di -a-, vicina alla precedente, è di accompagnare il valore collettivo (nt.), sia in “dvigu” 179, sia altrove, savidyúta- AS. “tuono”. Senza che ci sia propriamente una sfumatura collettiva, si possono aggiungere i casi di composti come supátha- “buon cammino”, prápada- “punta del piede”, che sono anche nt.

164. Saṃdhi dei composti. — La giunzione fonica di una parte all’altro avviene secondo le regole del saṃdhi. Ci sono tuttavia alcuni casi di non-giunzione, tali come si potrebbero avere all’interno della parola; così il mantenimento della sibilante in viśpáti- 99, della nasale in samrā́j- 132, di -r davanti a sorda secondo 134; oppure la non-giunzione, attestata anche da una parola all’altra, è meglio conservata alla giuntura del composto, così -s davanti a sorda 143. D’altra parte c’è traccia di alcuni saṃdhi particolari, come le forme in ° = dus° 61 135 (anche duchúnā-146). Infine capita che i composti presentino da una parte all’altro dei saṃdhi più avanzati che nella parola libera: così il passaggio di -s finale a - 142 (da s- iniziale a - 148). Quello da n- iniziale o anche -n- interno a - 150 attesta la continuità degli effetti fonici a distanza.

  1. Occasionalmente si nota il trattamento di -y- a partire da -i-y- (hāryojana- 113; syoná- 45), l’elisione di a- (pariṃśá- 118; analoghi 115 116), la caduta di y- (práüga- 7), la riduzione di [k]kṣatra-196; l’alternanza di sostegno sillabico in dyukṣá- “celeste” / diviṣṭi “sacrificio del giorno”, conforme a dyúbhis / divám 76.
  2. L’aplologia 77 avviene spesso in composizione, ma semplicemente perché le parole lunghe si prestano più facilmente a questo fenomeno rispetto a quelle brevi.

165. Alcuni fenomeni, che non rientrano nel saṃdhi, hanno il loro posto privilegiato alla fine della parte anteriore: in particolare, l’allungamento della vocale secondo 108. È comandato, più chiaramente che nella frase libera, dall’equilibrio ritmico: così sanājúrā (tra sillabe brevi) “invecchiato da molto tempo” di fronte a sánaśruta- “conosciuto da molto tempo” (ma cf. l’avverbio sánā), tuvīráva- “dal suono potente” di fronte a tuvirā́dhas- “con doni ricchi”. Il metro conferma la lunga e la richiede in alcuni posti dove non è scritta. Tuttavia, il ritmo è lontano dall’essere vincolante, lontano anche dal spiegare tutti gli allungamenti attestati. Bisogna tenere conto a) della natura del fonema che segue: così la lunga è frequente davanti a v- (tuttavia le forme in °vāh- non allungano la vocale precedente, mentre quelle in °sā̆h-, nonostante il ritmo, la allungano); b) del valore della parte anteriore: la lunga è relativamente frequente per le finali di alcuni preverbi, di nomi sentiti come avverbi o casi fissi.

  1. Allungamento di a° privativo in ā́deva- “empio” (a fianco di á° più frequente), ā́sant- (pdp. á°) “non essendo” (allungamento di insistenza, o secondo quello di ° = su°).
  2. La lunga è “compensata” in virāsáh- 42; anche ṛ́cīṣama- se la parola significa “per chi la melodia (è cantata) sulla strofa”.

Più raro, l’accorciamento avviene per evitare una successione di lunghe, amīvacā́tana- “che scaccia il male” (ámīvā-). Compensazione con la nasale, ūrṇaṃmradas- Kap. I il e 15 “della dolcezza della lana”, da ū́rṇā- (ū́rṇamradas- RS.).

166. Classificazione dei composti. — Si distinguono da un lato i dvandva o composti “copulativi”, dall’altro la massa delle formazioni dove la relazione di una parte all’altro è quella di determinante a determinato; eventualmente, di apposizione a termine apposto, di attributo a soggetto. In questo vasto insieme, i composti diretti (esocentrici), detti tatpuruṣa, si oppongono a quelli (exocentrici o bahuvrīhi) che si riferiscono globalmente, alla maniera di un qualificativo, a un nome situato all’esterno.

Gli āmreḍita sono la reiterazione di una forma flessa, con tono unico situato sulla parte anteriore. Il valore è distributivo, gṛhé-gṛhe “in ogni casa” o, in caso di aggettivo, generalizzante vāmáṃ- vāmam “ciò che c’è di più prezioso”. Si tratta quasi esclusivamente di forme al sg. (mai al V.), gli aggettivi essendo più rari. Si contano una quindicina di formazioni nella RS. Un procedimento di sostituzione è attestato in áhardivi “giorno dopo giorno”. Esistono āmreḍita di pronomi 279 285 289 297; di verbi 383; di preverbi 381. Dall’āmreḍita si è passati qua e là a un composto vero e proprio ottenuto ponendo il tema nudo della parte anteriore, ciò dalla RS. recente, carācará- “che si estende lontano”: ma queste forme sono sentite come intensivi a ridondanza dissillabica. D’altra parte, mahāmahá- “molto potente” è una semplice riduplicazione di aggettivo, con sfumatura superlativa.

167. I dvandva. — I dvandva più antichi e importanti consistono nell’associazione di due nomi animati (generalmente, nomi divini) con (fuori dal V.) il doppio tono mantenuto e, parallelamente, la desinenza del duale su entrambe le parti, come in mitrā́váruṇā “Varuna e Mitra”. Si tratta chiaramente di antichi giustapposti, come mostrano vari fenomeni: separazione dei due membri, sia da parole deboli sia addirittura da parole piene (dyā́vā yajñaíḥ pṛthivī́ VII 53 1; esempio tardivo viṣṇūvaruṇā SB. 1513); iscrizione della sola parte parte anteriore (in altre parole, duale detto “ellittico”), come in mitrā́ 114 3 = Varuṇa e Mitra — questo è probabilmente il tipo più arcaico e che non presuppone affatto la coesistenza di un composto; iscrizione della sola parte parte posteriore, almeno in pitárā “padre e madre” (con mantenimento parziale del genere f. risultante dalla prevalenza di questo genere nel composto mātárāpitárā, attestato peraltro solo una volta in RS.) (cf. anche visait KS. I 12 = Agni e Viṣṇu).

Giunzione per mezzo di “ca”: pitárāmātárā ca VS. IX 19, Uno dei nomi al V. du., l’altro (in contatto o meno) al V. sg., índrā vāṃ varuṇa (ma pdp. varuṇā) VI 68 5; il secondo al N. sg. e coordinato, mitrā́váruṇaś ca VIII 25 2. Il V. (isolato) pṛthivi “o cielo e terra” può essere interpretato come un sg. o come un du. a finale abbreviata.

168. Questa diversità si assorbe nei mantra successivi; il gruppo guadagna in coesione e si avvicina ai composti ordinari. Già nella RS. il doppio duale esisteva liberamente solo ai casi diretti (incluso il V.); ai casi obliqui si aveva la parte anteriore fissato in -ā (mitrā́váruṇābhyām). C’è tendenza a perdere il tono della parte anteriore, ad esempio in indrāgnī́ (dove la finale della parte anteriore è indistinta) e (una volta) in indrāpūṣṇóḥ (I) nonché (con ossitonesi) in vātāparjanyā́ (X). Il risultato è la perdita della desinenza nella parte anteriore (in altre parole, l’abbreviazione di -ā), come in indravāyū́ (due soli esempi nella RS.).

  1. Spostamenti isolati: finale di G. sg. in diváspṛthivyóḥ; estensione di -ā in ágnāvisnū (V.) AS. e in pitāputraú AS. “padre e figlio” (coincidente con un N. sg.).
  2. Un solo esempio di nt. nella RS. antica, satyānṛté (hapax) “il vero e il falso”.

169. I dvandva plurali sono rari: l’unico esempio veramente antico, indrāmarutaḥ (V.) “Indra e i Marut”, ha come base una parte ultieriore che è pl. per natura; alcuni altri esempi, naturalmente a tono unico, in AS. e VS. (cf. anche śáḍ dyā́vāpṛthivī́ḥ in AS.).

Aberrante è ahorātrá-155; ukthāmadā́ni AS. non è probabilmente un vero dvandva, cf. ukthā́ mad- IV 33 10 e máda ukthā́ni X 44 8.

Un altro tipo di dvandva è ottenuto dalla giustapposizione di due sostantivi inanimati, con finale del sg. e valore collettivo, come keśaśmaśrú AS. “capelli e barba”, generalmente di due nt., bhūtabhavyám AS. “passato e futuro”. La RS. presenta solo una formazione, iṣṭāpūrtá- (nt.) “cose offerte in sacrificio e cose donate” (X), dove la finale della parte anteriore indica che si è partiti da un *iṣṭā́pūrtā(ni) pl. (VS. iṣṭā- pūrté al du.), a meno che non ci sia analogia con i dvandva animati 168. Allargamento della finale (in altre parole sostituzione di -a- nt. a -ā-) in śirogrīvám “testa e collo”.

170. Nei dvandva a tono unico, l’ossitonesi prevale quasi assolutamente, cf. gli esempi citati; si mantiene lo svarita in brahmarājanyà-(du.) AS. “un brahmano e un nobile”. L’ordine dei membri dipende da diversi fattori, che possono tuttavia contraddirsi. O è la parte più importante a precedere (sū́ryāmā́sā “sole e luna”), o è (regola più comune e che in caso di conflitto prevale) la parte più breve (dyā́vāpṛthivī́ 79 volte, contro una volta pṛthivī́dyā́vā). La precedenza di indrā° è dovuta alla prima di queste cause, quella di mitrā° alla seconda; quella di agnī può essere in relazione con l’iniziale vocalica e il timbro ī della finale (il timbro ū in krátūdákṣau VS., ma dakṣakratū́ TS. in un composto di tipo più moderno; la sequenza krátu- dákṣa- è normale anche nella frase libera RS., come la sequenza mitrá- váruṇa-). Su śūdrārya-, v. 394.

In misura limitata, esistono dvandva di aggettivi, usati per indicare una qualità intermedia; così nīalohitá- (X) “blu-rosso” (anche qui con l’ossitonesi, che tuttavia manca in due o tre formazioni più recenti); due qualità contrarie proprie dello stesso oggetto (vācā́) virūpanítyayā (ex. corr.) “con (una parola) mutevole e costante allo stesso tempo” (contestato); per un oggetto duale (padbhyā́ṃ) dakṣiṇasavyā́bhyām AS. “del piede destro e del sinistro”.

Incerto ṛtájātasatya- “nato secondo l’Ordine e efficace” (?); aghoraghoratara- MS. (“non temibile e molto temibile”) è l’unico esempio vedico di un dvandva che utilizza la forma negativa e la forma positiva (intensiva) della stessa parola.

171. I tatpuruṣa a valore verbale. — I tatpuruṣa a valore verbale sono quelli che vanno di pari passo con espressioni verbali: gruppi regime + verbo o preverbo + verbo, — senza che, naturalmente, si possa assicurare che in un dato caso l’espressione sintetica derivi da un gruppo analitico preesistente. Molti di essi sono “falsi” composti, nel senso che non derivano affatto dalla giustapposizione di due parole, ma emergono da un gruppo che già conteneva gli elementi, come práṇīti- “conduzione” che non viene da prá e nīti- (nīti- peraltro è inattestato da solo), ma da pra + -: sono derivati piuttosto che composti. Per la forma, i tatpuruṣa “verbali” non si distinguono sempre nettamente dai tatpuruṣa propriamente nominali, con impieghi suffissali in parte comuni e valori spesso incerti.

La parte ultieriore è un nome con suffisso primario (incluso il suffisso “zero” 193) che indica l’agente o l’azione. Molti di questi derivati hanno precisamente l’altra funzione di entrare, come parti ultieriori, in composti detti sintetici. Tale è normalmente il caso dei nomi-radici, che compaiono dopo un sostantivo come nomi di agente, tipo havirád- “che mangia l’oblazione”; dopo un preverbo, come nomi di agente e anche (più raramente) di azione 193; si può avere sostantivo e preverbo simultaneamente (raro), vā́tapramī- “che supera il vento”. Oltre ai nomi-radici, come membri ultieriore si trovano nomi di agente con suffisso -ana- -i- -van- -man- — isolatamente anche altri — che, nell’uso considerato, non compaiono fuori dalla composizione; così come nomi di azione in -ana- -tha-. Ma in entrambe le funzioni (soprattutto come nomi di agente) il suffisso predominante è -a-, tipo goghná- “che uccide la mucca” (v. il dettaglio di questi impieghi 196 sqq.).

I nomi in -a- e -ana- funzionano nelle espressioni a valore passivo come suhána- “facile da uccidere” duścyavaná- “difficile da scuotere”. Ci sono espressioni analoghe con suffisso -tu-, tipo suhántu- “facile da uccidere”, dove sembra che si abbia a che fare con la nominalizzazione di un infinito, *sú hántave (361). Isolatamente: durgṛ́bhi- “difficile da afferrare” suśrúṇa- “bene ascoltato, esaudito” durmarāyú- TS. “difficile da uccidere”. Il valore passivo si incontra comunque anche nei nomi-radici, ma soprattutto dopo una parte anteriore nominale: tipo manoyúj- “attaccato dal pensiero” o indrapā́(tama)- “bevuto (per eccellenza) da Indra” (raro suyúj- “bene attaccato”, parāvṛj- “respinto dal clan” = °vṛkta-).

Solo una categoria suffissale sembra interamente riservata all’uso compositivo: ovvero, i nomi (nt.) in -(t)ya- e (f.) -(t)- (uso dell’elemento t conforme a 195), che forniscono nomi di azione paralleli ai nomi-radici; come havirá- dya- “il fatto di mangiare l’oblatione” (su havirád- citato) eccezionalmente dopo preverbo, °antaruṣya- “tappa di un viaggio”.

Vocalismo radicale al grado ridotto: °tū́rya- “arte di vincere” (con -ūr- secondo 37 n.). — Una caratteristica coincide con l’aggettivo d’obbligo in -ya- 365, ovvero il passaggio a -e- dell’-ā- finale delle radici: °peya- “fatto di bere”; ci sono anche °pā́yya- (-āy- secondo 31 n.) in un derivato di -1 e in alcuni derivati di - 2, che fa pensare alle finali in -ā́yya- degli obbligatori verbali. Sul timbro e-, v. 31 n.

172. Oltre a queste formazioni privilegiate, si trovano ancora come membri ultieriore di composti verbali aggettivi in -ta- in numero abbastanza elevato (mentre gli aggettivi paralleli in -na- figurano, almeno nella RS., solo dopo preverbo o prefisso); così come nomi in ti- che fanno pendant, nell’uso “actionis”, agli aggettivi in -ta-.

-ta- è generalmente passivo, come allo stato semplice; ma è qua e là attivo (transitivo) dove l’uso semplice non lo comporterebbe: kṛtádviṣṭa- AS. “che vuole male alla cosa fatta” (forse già nella RS. I vā́japrasūta- “che assegna la ricompensa”). Anche il suffisso -na-, in garagīrṇá- AS. “che ha inghiottito il veleno”.

Altri suffissi primari sono limitati all’uso dopo preverbo, come -aka- -snu- -yas- (-iṣṭha-). Invece, non si incontrano in composizione i verba d’obbligo (qualche raro esempio da AS. in poi), né i participi (se non dopo preverbi, prefissi ed elementi simili); quasi mai i nomi in -tṛ- (il V. doṣāvastar è incerto: “che illumina di notte”?) o in -u- (girvaṇasyú- del Libro X “che si diletta nel canto” è tratto da un denominativo già formato *girvaṇasyati).

Tra i derivati in -a-, alcuni portano una caratteristica formale inconfutabile, ovvero un radicale consistente in un tema di presente (eventualmente di passivo, di causativo): tema in -ya-, punarmanyá- “che pensa di nuovo”, avidriyá- 38; in -ayá-, atipārayá- “che fa attraversare”; in -nva- o -na- (rispondenti ai presenti in -nu-), viśvaminvá- “che muove tutto”, (ādaghná-141; in -na- (rispondenti ai presenti in --), aminá- “indistruttibile”; con “infix”, vikṛntá- VS. “che taglia in pezzi”; a ridondanza, āyurdáda- AS. “che dà la vita”, ecc. Sono semanticamente le formazioni più vicine a un’espressione verbale (participiale). Normalmente la parte anteriore, se nominale, ha valore di un Ac.; di un N. in vrātyabruvá- AS. “che si dice un vrâtya”; di un I. in dānupinvá- “che gonfia di rugiada”.

174. I tatpuruṣa a valore nominale. — Un secondo gruppo di composti include le formazioni che, indipendentemente dall’origine degli elementi presenti, hanno da una parte all’altra una connessione di carattere nominale. Si trovano qui, come parti ulteriori, aggettivi qualsiasi che hanno come regime il nome che li precede, come yajñádhīra- “che comprende il sacrificio”, góśrīta- “mescolato con il latte”, śivāpará- AS. “altro che propizio”. Il valore “comparativo” appare da śúkababhru- VS. “rossastro come un pappagallo” (vṛkadváras- RS. “scuro come un lupo”?).

  1. La relazione è apposizionale in saptáśiva- (I) “favorevole in quanto sette”; di solito adverbiale quando la parte anteriore è anch’esso un aggettivo, aprāmisatya (V.) “indistruttibilmente vero”; qui appartengono le formazioni abbastanza numerose in mahā° (mahi°) “potentemente”.
  2. Il mantenimento di una desinenza nella parte anteriore è raro. Si ha il L. sg. nei nomi propri gáviṣṭhira- (“forte in bestiame”) e nā́bhānédiṣṭha- (doppio tono) (“più vicini all’ombelico”); inoltre, l’I. semi-adverbiale in alcuni composti.

La parte anteriore può ancora essere un invariante che conserva o riceve un valore avverbiale (satómahānt- “ugualmente grandi”); in particolare, un preverbo. Il preverbo davanti all’aggettivo indica soprattutto un grado, come áti “molto” o “troppo” (ma l’uso non è attestato prima di YV. e si sviluppa poi rapidamente); úpa “approssimativamente” in upottamá- AS. “penultimo”; prá “molto” in prāśú- “molto veloce”; “molto” in vímahī- “molto grande” o “diversamente” in vyènī- “variegata”; “non” 300 n. In totale gli impieghi sono poco produttivi; molti appaiono solo nei mantra più tardivi.

175. Più spesso, è un sostantivo a figurare come parte ultieriore. I due nomi in presenza sono quindi in apposizione se si tratta di due sostantivi (da puruṣamṛgá- VS. “antilope maschio”); in rapporto di epiteto a nome se il primo è un aggettivo (candrámas- “mese luminoso”, da cui “luna”). Questi composti non sono frequenti: si incontrano laddove si tratta di stabilire una denominazione stabile o tipica, saptaṛṣáyas (pl.) “i Sette Saggi”.

Da notare mahenadi (V.) 180 “o grande fiume”; madhyáṃdina- “mezzogiorno” (parte anteriore con finale adverbiale e tono modificato); pitāmahá- (aggettivo postposto) “nonno” AS. YV. è fatto su mahāmahá- 166.

Gli impieghi produttivi sono quelli dopo prefisso (amítra- “nemico”, súbrāhmaṇa- AS. “buon brāhmaṇa”) e dopo preverbo; il preverbo qui indica la situazione locale o temporale. Così ádhi in adhirājá- “re supremo”; antár in antardeśá-AS. “regione intermedia” o antaḥpātrá- AS. “interno del vaso”; ápa in áparūpa- AS. “difformità”; úpa in upapatī- VS. “amante”; in nipādá- “depressione del terreno”. Gli impieghi più attestati sono con prá “in avanti” (nel tempo, nello spazio o figurativamente), práṇapāt- “trisnipoteprā́yus- MS. “età avanzata” (RS. áprāyus-) pradíś- “regione del cielo” (diverso dal tatpuruṣa “verbale” pradíś- “insegnamento”). Poi práti “contro”, pratidī́van- “avversario”; “in modo centrifugo” (varie sfumature), vívāc- “contesa” vímadhya- “mezzo”. Sám qui è esattamente il doppio di sa° 160, tranne in saṃvatsará- “anno (completo)” e alcuni altri. Una sfumatura collettiva, con allargamento, figura in saṃgavá- “tempo in cui le mucche si radunano”.

176. Resta l’associazione attesa di un sostantivo determinante (con valore di G. in particolare) e di un sostantivo determinato. Nella RS. antica questo tipo di composto è piuttosto limitato. In valore di G. si trovano a malapena, da un lato, alcune formazioni dove il primo nome designa la materia, drupadá- “pezzo di legno”, dall’altro, il massiccio gruppo di composti in °pati- (f. °patnī-). In viśpáti- 99 la forma della finale del primo membro sottolinea il carattere antico, essenziale, della giunzione. Altrove una desinenza interna (in -[a]s) si è spesso mantenuta o ristabilita, con doppio tono (almeno nella RS.), vánaspáti- “albero” (da ván-); vi è sia tono doppio sia tono unico in jā́spati- °páti- “capofamiglia”; tono doppio senza desinenza interna in śácīpáti- “signore della forza”.

Questi composti accumulano anomalie. Vi è una -s analogica in ráthaspáti- “signore del carro” (al limite su un tema *rathas*rathar) e altri; secondariamente gnā́spátnī- su un *gnā́spáti- “sposo di una donna divina”. La desinenza interna è indiscernibile in dáṃpati- “padrone di casa” 101 260, sotto l’influenza del quale, contaminato con jāyāpatī (du.) Kap., è derivato jāyaṃpatī (du.) KS. “marito e moglie” (dvandva).

La finale di G. è altresì mantenuta in divodāsa- n. pr. (tono unico), in apā́ṃnápāt (composto?) n. pr., su cui è costruito tánūnápāt- (doppio tono!). Finale di L. in svapneduṣvapnyá- AS. “cattivo sogno nel sonno”; di D. in dásyavevṛ́ka (V.) n. pr.

Nel Libro X appaiono alcune formazioni nuove, rāja- putrá- “figlio di re” mátsakhi- “mio amico” (tema pronominale) indrasenā́- “arma di Indra” (unico es. vedico con un n. di divinità al primo membro), ecc. Più tardi: rājādhirājá- TA. “sovrano dei re”, ecc.

177. Accento dei tatpuruṣa. — Il tono, normalmente sulla parte ultieriore (156 b), presenta una tendenza molto marcata all’ossitonesi. Così, in particolare, nelle finali in -a- (-ā-), vedi indrasenā́- precedentemente citato di fronte a sénā-; e in molti altri. Tendenza contrastata dalla tendenza opposta che hanno diverse categorie suffissali a mantenere il tono dove lo portavano nell’uso “semplice”, come i nomi in -van- -man- -ana- -i-, es. sutárman- “che attraversa bene” keśavárdhana- “che fa crescere i capelli” pathirákṣi- “che protegge il cammino”. Eccezionalmente un tono finale è trasferito sulla penultima, yamarā́jya- AS. VS. “regno di Varuna” (rājyá-). Il tono sulla parte anteriore — che, tranne eccezione, non comporta modifica di posto — si è affermato in alcuni casi. Prima di tutto nella maggior parte dei composti a finale -ta- e -ti- (tatpuruṣa verbali); poi, almeno nella RS., nella maggior parte dei composti in °pati- °patnī-), purché non abbiano il doppio tono; in quelli con parte ultieriore aggettivo; infine in quelli dove la parte anteriore è un prefisso o una particella a valore debole (sui preverbi usati come tali, vedi 189).

In queste diverse categorie il tono anteriore si è potuto fissare senza difficoltà, sia perché non vi era pericolo di confusione con i bahuvrīhi per quanto riguarda la struttura, sia perché i bahuvrīhi nelle formazioni corrispondenti avevano invertito il tono 156 b. Nel complesso, la situazione è piuttosto confusa, e i rari raggruppamenti coerenti dei mantra antichi (come le formazioni sotto 173. ossitone) sono stati più o meno offuscati successivamente.

178. I bahuvrīhi. — Questi composti si comportano sintatticamente come epiteti, o meglio, come l’equivalente di proposizioni relative descrittive, riferendosi a un nome esterno, espresso o implicito. Esempi sono: áśvapṛṣṭha- “che è a dorso di cavallo” parjányaretas “nato dal seme di Parjanya” śatásārada- 163 viśvákṛṣṭi- “che riguarda tutti gli insediamenti” śū́ravīra- “che trasforma gli uomini in eroi” sādhvaryá- (probabile) “con cui gli Aryani hanno successo”. La relazione è, come si vede, delle più variabili. Tuttavia, quello che domina è la relazione di appartenenza: tuvíbrahman- “che possiede formule potenti”.

  1. La differenza con i tatpuruṣa è quindi esterna alla struttura propria del composto e, escluso il tono, molti bahuvrīhi coincidono con i tatpuruṣa, vedi di fronte a rājaputrá-176: rā́japutra- “che ha re per figli”. A volte la distinzione è poco percettibile, uruśáṃsa- “che parla a lungo” o “la cui parola (va) lontano”, kṣatraśrī́- “ornamento dei kṣatriya” o “che esercita gloriosamente il kṣatra”. Da ghṛtásnu- “che ha il grasso (sacrificiale) sul dorso” si è passati a ghṛtasnú- “gocciolante di grasso”, fatto su un elemento snu- adattato da SNĀ-.
  2. Portando il senso possessivo, il bahuvrīhi dispensa da un suffisso secondario di appartenenza: ajavá- “lento” si oppone così a javin- “veloce” II la 6, amanás- a manasvín- TS. VII 5 12 1. L’unico suffisso che ammette è l’allargamento in -a- 163, o al massimo un suffisso possessivo pleonastico, che maschera il carattere bahuvrīhi del composto, kunakhín-163 n. e analoghi.

179. Relazione tra le parti nei tatpuruṣa. — La relazione tra una parte e l’altro è più spesso attributiva (epiteto + sostantivo), come in ugrábāhu- “con braccia potenti” bodhicákṣas- MS. IV 12 2 “dallo sguardo sveglio”; su elementi obsoleti, kalyāṇī́- f. “bella” (propriamente “con bel gomito”). In seconda posizione per frequenza vi sono i composti apposizionali, índraśatru- “il cui nemico è Indra” yajñáketu- “che ha il sacrificio come fiaccola” (composti detti a volte di identificazione); con sfumatura comparativa, vṛkṣákeśa- “i cui alberi sono come capelli” (raro); ancora più raro è il rapporto copulativo, stómapṛṣṭha- VS. “contenente uno stoma e un pṛṣṭha” (semi-āmreḍita áhardiva- VS. “che dura giorno e notte”). Un terzo grande gruppo è quello in cui la parte anteriore ha valore di regime, vájrabāhu- “che tiene il fulmine in mano” niyúdratha- “che ha un carro con attacco” jarā́mṛtyu- AS. “la cui morte avviene per vecchiaia”; le relazioni più frequenti sono quelle di G. (pátikāmā- AS. “che desidera un marito”, o, con sfumatura comparativa molto frequente, ū́rṇamradas-165 góvapus- “che ha forma di mucca”) e di L. (soprattutto con n. di parte del corpo come parte ultieriore, vájrabāhu- citato).

Il principio del bahuvrīhi è che la parte ultieriore sia un sostantivo. Tuttavia, si può avere un aggettivo preso sostantivamente, almeno un aggettivo che indica rango o grado, yamáśreṣṭha- AS. “che ha Yama come (elemento) il migliore” avaraspará- (con finale -s secondo parás) “dove il più basso diventa il più alto” e cf. 300 n. Si deve riconoscere in góagra- “che inizia con le mucche” aśvabúdhya- “che termina con i cavalli” ásthibhūyas- AS. “principalmente consistente in ossa” l’inizio dei composti classificatori del sanscrito successivo.

L’unione di un nome di numero e di un sostantivo dà luogo a un tipo chiamato dvigu, che a volte comporta valori semantici particolari, come tryávi- “di età (corrispondente al periodo di) tre (gestazioni di) pecore”; i dvigu si presentano di solito come sostantivi neutri collettivi, tipo triyugá- “(l’insieme di) tre generazioni”; con allargamento in -a-, saḍṛcá- (°arcá-) 158. D’altronde, la sostantivizzazione dei bahuvrīhi, sebbene poco frequente, è attestata come quella di aggettivi qualsiasi, naturalmente al nt. (generalmente in parole con finale -a-, e volentieri dopo una parte anteriore in a[n]” priv.), come anamitrá- AS. VS. “non-inimicizia” nikilbiṣá- “assenza di peccato”; finale -u- in pitṛbandhú- AS. “parentela paterna”.

180. La Desinenza Interna si mantiene qua e là, come il G. (sg.) in rāyáskāma- “che desidera la ricchezza”, l’I. (semi-adverbiale) in krátvāmagha- “che dà secondo le proprie forze” dhiyā́vasu- “ricco in preghiere”; L. probabilmente in ṛcīṣama-165 e alcuni altri (cf. anche āsánniṣu- 127). Aberrante il mantenimento del V. in mahemate “o tu di grande intelligenza” (cf. mahenadi 175), mentre il V. usuale è mahi (ritmo). L’Ac. tvā́m in tvā́ṃkāma- “che ti ama” forma un esempio unico (almeno nella RS.) di reggenza di tipo verbale, partendo dall’espressione analitica mā́m kā́mena.

181. Preverbi come parti anteriori. — I preverbi sono frequenti come parti anteriori. Conformemente al valore fondamentalmente “nominale” dei bahuvrīhi, essi indicano la situazione locale o temporale (anche figurata) come quelli del 175, ma più particolarmente, il movimento proprio all’oggetto che accompagnano: si comporta come se il preverbo fosse il supporto di un aggettivo verbale, come se úd, ad esempio, stesse per udgata-, sám per saṃhata-, ecc. Si hanno così áti (raro) in átyūrmi- “la cui onda trabocca”; ádhi in ádhiratha- “che ha un carro in più” (altre sfumature: ádhinirṇij- “che porta un ornamento” ádhyakśa- “che sorveglia”); antár in antardāvá- AS. “che ha il fuoco all’interno”; ápa in ápodaka- “senza acqua”; abhí in abhívīra- AS. “circondato da eroi”; áva in ávatokā- AS. “che ha avuto un aborto”; ā́ in ā́manas- AS. “favorevole”; úd (opposto a ° TS. 16 2g) in útsaktha- VS. “che apre le cosce”; in nímanyu- AS. “la cui collera si è placata”; nís in nírmāya- “che ha perso il potere”; prá in prāśṛṅgá- VS. “con corna prominenti” o prámaṇas- AS. “attento”; práti in prátiveśa- “che abita di fronte” (altre sfumature, prátirūpa- “della stessa forma” prativartmán- AS. “che segue la via opposta”). Ví è particolarmente frequente, con accezioni di dispersione, estensione, separazione, distanza: vikarṇá- AS. “con orecchie distanti” víhāyas- “con forza estesa” vyadhvá- AS. “a metà strada” vívrata- “con leggi divergenti”. L’accezione privativa inizia appena a comparire nei mantra antichi, come in vyènas- “che è senza peccato”. Infine sám (es. sáṃhanu- AS “che stringe le mascelle”) non ha controparte in sa° (160) per significare “che tiene insieme”. Tra i numerosi altri invarianti, adverbi o particelle, figurano di nuovo i “prefissi”, come a(n)° in apád- “senza piedi”, ku° in kúyava- “che dà cattivo raccolto” (o tatpuruṣa?), su° e dus°, infine sa° nel senso di “unito a, associato con”, sálakṣman- “che ha gli stessi segni” (raramente sam°).

Tra gli adverbi, si citano viśvayāmate (V.) (es. corr.) “la cui mente va ovunque” (VIII 68 2); itthā́dhī́- “la cui mente è rivolta da questa parte”, cf. itthā́ dhiyaḥ VI 62 3; itáūti-140; ihéhamātarā (du.) “le cui madri sono una qui e l’altra là”.

182. I bahuvrīhi a valore verbale. — Se mancano i bahuvrīhi che corrisponderebbero ai tatpuruṣa “verbali” (171 e seguenti), esiste tuttavia una categoria distinta, che comprende alla parte anteriore un verbale in -ta-: sia con l’usuale accezione passiva, rātáhavya- “(ricevente) un’oblazione a lui offerta”, suscettibile di evolversi in eventuale, ámṛtavarṇa- (dopo a(n)° priv.) “dal colore imperituro”; sia con una funzione attiva-transitiva esercitata sulla parte ultieriore, práyatadakṣiṇa- “che offre gli onorari” pṛṣṭabandho (V.) “che si informa sulle connessioni” hitámitra- “con cui si forma un’alleanza”. Può esserci sovrapposizione di impieghi: yatásruc- “per cui si alza il cucchiaio” e “che alza il cucchiaio”; rātáhavya- citato, anche “che ha offerto l’oblazione”. Questo risulta dall’indifferenza fondamentale del verbale in -ta- 363, ma l’uso “reggente” si è accreditato senza dubbio per analogia con i bahuvrīhi probabilmente più antichi di cui si parlerà.

183. Parte anteriore reggente. — In un certo numero di bahuvrīhi con preverbo, il preverbo ha il valore di una preposizione che reggerebbe la parte ultieriore. Si tratta quindi, in principio, di antiche espressioni analitiche, ma la categoria si è estesa oltre i suoi limiti propri, fino a includere formule che non avevano o non potevano avere alcuna controparte in frase libera. Così ádhiratha- “che è sul carro” (da cui nt. “carico”) si basa su un tipo analitico ádhi ráthe X 64 12 “sul carro”. L’intermediario frequente (ma non obbligatorio) tra il tipo ádhiratha- e il tipo ádhi ráthe è stato un avverbio che sarebbe della forma *adhiratham (ciò che i grammatici classici chiamano avyayībhāva 388).

Si hanno così composti aggettivi in áti “sopra, oltre”, ádhi “su, sopra”, ánu “lungo, secondo”, antár “dentro”, ā́ “verso”, úpa “fino a; su, vicino”, pári “attorno”, práti “contro”. Valori e produttività corrispondono approssimativamente a quelli che caratterizzano queste stesse parole usate come preposizioni. Ecco alcuni esempi: atirātrá- “che dura tutta la notte” anukāmá- “che si conforma al desiderio” abhídyu- “che si dirige verso il cielo” ājarasá- “che raggiunge la vecchiaia” úpamāsya- “che si presenta ogni mese” paripanthín- (con suffisso pleonastico) “avversario”, ecc. In realtà la funzione “reggente” è a volte poco distinguibile dalla funzione di semplice movimento che vale per i bahuvrīhi normali 181, e ci sono solo una ventina di esempi più o meno chiari per la RS.

  1. Si trovano nello stesso ruolo adverbi, in principio quelli che hanno in frase libera un uso preposizionale: come adhaspadá- “sotto i piedi” tiróahnya- “appartenente a avanti ieri” ūrdhvánabhas- VS. “sopra le nuvole” (anche se ūrdhvám non ha un uso preposizionale). Notabilmente con parás: parómātra- “al di là della misura”. Eccezionalmente con una particella interiettiva: śaṃgayá- “che benedice i beni domestici”.
  2. Diversi composti del gruppo hanno un suffisso samāsānta 163, dando l’impressione di tatpuruṣa la cui parte parte ultieriore è un pseudoadgettivo: ádhigartya- “situato sul cassone”, da gárta-; apiśarvará- “che tocca la notte”, da śárvarī-; paripanthin- citato precedentemente.

184. Un altro gruppo, più ristretto, di composti con la prima parte reggente, è basato su un pseudo-participio in -at° al primo parte, come ksayádvīra- “che comanda gli uomini”. Deve trattarsi, in realtà, di un imperativo in -a (come è conservato isolatamente in śikṣānará- “che aiuta i guerrieri” o piuttosto “che conferisce la forza vitale”? (Cf. *nar- 163; forse tavāgā́(m) “che incita le mucche”), che sarà passato a -at° per influenza di composti come dravádaśva- “con cavalli rapidi” e di forme ambigue come taráddveṣas- “che vince il nemico” (che poteva risultare foneticamente secondo 18 da un antico *taradveṣas-); comunque, codayánmati- “che stimola il pensiero” offriva una formula ritmica più accettabile di *codayamati-,

  1. Qui jamádagni- (“che va verso Agni”?) n. pr. 54 n. 2; sādadyoni- “che prende posto sul sedile”, di fronte al tema verbale sada-. Ma kṛtádvasu- “che procura la ricchezza” è l’allargamento analogico di un antico *kṛtavasu- fatto secondo 182, e pratádvasu- (senso?) si basa sul precedente e sugli elementi prá tád vásu (inizio di mantra).
  2. L’uso è quasi limitato alla RS., come il tipo analogo (sei formazioni nella RS.) vītíhotra- “che invita all’offerta”, dove la parte anteriore coincide per forma con un derivato in -ti- (compreso per il tono).

185. Accento dei bahuvrīhi. — Il tono normale è sulla parte anteriore, un’ossitonesi è riscontrabile solo nei composti in -át° fatti secondo il 184 (inclusi nei bahuvrīhi normali, come dravádaśva- precedentemente citato, dove la parte anteriore è un autentico participio, ma che sono stati attratti nel quadro prevalente dei bahuvrīhi del tipo kṣayádvīra-); così come nel gruppo di formazioni in viśvá° (sarvá) 156.

Tuttavia, il tono della parte ultieriore è attestato in una serie di composti: a) dove la parte anteriore consiste in un monosillabo (156), almeno i prefissi a(nsu° e dus° (non senza eccezioni), o ancora i numerali dvi° e tri° (almeno nella RS.); b) dove la parte anteriore è un dissillabo in -í- -ú- (156), in particolare purú-, che invariabilmente dà puruputrá- “che ha molti figli” e analoghi. Alcuni dissillabi non ossitoni presentano la stessa particolarità, e d’altro canto l’accentuazione normale tende a ristabilirsi dopo la RS.: purúṇāman- AS. “che ha molti nomi”.

  1. L’ossitonesi della parte ultieriore è attestata quasi costantemente dopo a(n)° priv., come in aphalá- “sterile” (phála-); anche in maniera variabile dopo su°, come in subandhú- AS. “strettamente imparentato”, ma °bándhu- RS. Ossitonesi anche nei bahuvrīhi sostantivi di 179 fin., forse a causa del cambiamento di categoria linguistica.
  2. Inversamente, ci sono alcuni casi di accento trasferito dalla finale alla penultima: suvī́ra- “ricco di eroi” (vīrá-) abhrā́tṛ- AS. “senza fratello” (ma °bhrātṛ- RS.).
  3. Tono variabile dopo “preverbo”, dove la presenza di un -a- finale, soprattutto di un -a- di samāsānta, attrae spesso il tono: upānasá- “situato su un veicolo”, da ánas-.

186. Bahuvrīhi e frase analitica. — Mentre i tatpuruṣa sono composti stabili, che di solito non hanno una controparte analitica (vedi tuttavia 463), i bahuvrīhi rimangono in molti casi molto vicini all’espressione libera da cui teoricamente derivano. Si è notato nel 183 il rapporto genetico esistente tra i composti con preverbo reggente e l’espressione libera. Ma anche altri bahuvrīhi si lasciano ricondurre a elementi liberi, legati debolmente al resto della frase, come i procedimenti quasi normali dell’anacoluto e della parentesi autorizzano la loro creazione. Si hanno così jāyase sáho mahát V 11 6 “tu nasci grande forza”, dróghāya cid vácasa ā́navāya VI 62 9 “a Ānava (la cui) parola è ingannevole”. Se ṛjúr íc cháṃsaḥ II 26 1 “colui la cui parola è retta” è a malapena una tmese di *ṛjuśaṃsa-, altre espressioni analoghe devono essere intese come formazioni pre-composizionali. Così śáṃsād aghā́t I 128 5 probabilmente per *agháśaṃsāt “l’essere dalla parola cattiva”, diví kṣáyam III 2 13 X 63 5 “colui che abita in cielo”, tveṣáṃ rūpám I 114 5 “dall’aspetto minaccioso”, barhír u tistirāṇā́ I 108 4 (per *stīrṇabarhiṣā) “che stende la paglia rituale”.

C’è coincidenza tra itá ūti e itáūti, da una parte “benedizione”, dall’altra “che benedice da qui”; itthā́ dhiyaḥ Vi 62 3 di fronte a itthā́dhiye IV 11 3 (in formule parallele).

187. Varia. — Esistono infine alcuni composti aberranti, che anch’essi si basano su elementi di frase (volentieri, di discorso diretto): mamasatyéṣu (X) “nei casi in cui (ciascuno dice:) è mio” (con suffisso -ya- di allargamento), kiṃtvá- VS. “(chiedendo:) che fai?”; śaṃyú- deriva dalla giustapposizione avverbiale śáṃ yós “salute e giustizia!” Eccezionale, perché basato su una forma verbale flessa, -yajāmahā́ḥ VS. (m. pl.) “le formule in yajāmahe”. Tra varie espressioni pittoresche, si citano anche éhimāya- (I), che significa probabilmente “(colui che dice o a proposito del quale si dice:) vieni, magia!” o ancora áhaṃsana (V.; da leggere anche V 73 2 al posto di aháṃ sánā) “(che dice:) possa guadagnare (denaro)!”






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